Casalinghi: l’associazione compie 15 anni

Stirano, lavano, caricano la lavatrice, per necessità o per passione. E rivendicano il diritto di poter gestire da soli lo spazio domestico

Tutti ne parlano, dalle testate francesi a quelle spagnole, passando per le anglosassoni. E tutti li vogliono come ospiti dei propri talk show: sono gli uomini casalinghi, più di 6mila, iscritti all’Associazione italiana uomini casalinghi, toscani d’origine (precisamente di Pietrasanta in provincia di Lucca) ma internazionali per vocazione (esportando un nuova versione del maschio italico, non più latin lover, o almeno non solo, ma casalingo).

La loro particolarità? Lavano, stirano, spolverano e si dedicano completamente alla gestione della casa. Rivendicano quella dimensione “domestica” propria di ogni uomo, usurpata in modo egoistico dalle donne. Come afferma il presidente e fondatore Fiorenzo Bresciani: «le donne si lamentano tanto che gli uomini non collaborano, ma allo stesso tempo sono consapevoli che nessuno meglio di loro stesse, sarebbe in grado di curare la casa».

Secondo una ricerca condotta da Swg di Trieste, su un campione di 300 uomini tra i 18 e i 64 anni, il 70 per cento non si mette mai davanti ai fornelli, il 90 per cento non ha mai stirato una sola camicia in vita sua e ben il 95 per cento non ha mai fatto la lavatrice. In compenso fanno tutto il resto – o perlomeno così dicono – apparecchiano e sparecchiano la tavola, fanno la spesa, cucinano, passano l’aspirapolvere, rifanno i letti e lavano i piatti.

L’uomo “servito e riverito” vuole sdoganarsi, superare la “sindrome da massaia” e presentarsi come un uomo rinnovato, pronto ad affrontare montagne di panni sporchi, grattacieli di stoviglie incrostate e sanitari ingolfati di calcare. 
Nata nel 2003, l’Associazione ha come missione quella di formare il perfetto casalingo, trasformando il “sesso pigro” in un vero e proprio home manager. Così il presidente Bresciani organizza master in gestione domestica, tra i quali spiccano stirologia ed epistemologia del bucato. Stirare o fare il bucato sono delle arti, afferma Bresciani che prosegue: «la lavatrice ad esempio, pur essendo meccanica e quasi automatica, appare come un groviglio di tecnologia criptica».

L’associazione dei casalinghi, con le proprie attività e il manifesto programmatico, è un monito per quella parte dell’universo maschile, ormai a dire la verità in calo, secondo cui indossare grembiule e guanti svilisce la virilità dell’uomo. «Il fatto di percepire le attività casalinghe come lesive della propria dignità maschile- afferma Bruno Mazzara, docente di psicologia cognitiva e sociale alla facoltà di Scienze della comunicazione dell’università la Sapienza di Roma- deriva dal fatto di considerare la tradizionale divisione dei ruoli come un dato naturale, di natura quasi biologica; sicché il dedicarsi ad attività considerate femminili può essere vissuto come l’ammissione di una propria insufficienza rispetto a ciò che “normalmente” ci si aspetta dal proprio ruolo». O, come afferma la professoressa Giovanna Leone, docente di psicologia sociale alla Sapienza di Roma, «i compiti domestici sono associati ad una cura quotidiana, che non comporta la realizzazione di qualcosa di nuovo, ma solo il mantenimento di ciò che serve a proteggere lo svolgimento della vita quotidiana (nutrirsi, ripararsi dal freddo, rimettere in ordine i propri spazi, salvare dal deterioramento quello che si possiede, ecc.). Sono quindi compiti che, avendo come loro oggetto un rapporto con le cose e come loro modo di realizzazione una continua e ripetuta routine, richiamano molto l’idea di un lavoro servile, di una fatica di Sisifo che non produce niente di nuovo ma solo si riproduce sempre uguale».

La donna in casa e l’uomo al lavoro però è un cliché ormai desueto. «Con il progressivo sempre maggiore impegno lavorativo delle donne la distinzione tra uomo e donna non ha più senso» continua il professor Mazzara. «Gli uomini hanno perso la giustificazione con la quale sostenevano ipocritamente una posizione di privilegio. In particolare l’uomo deve imparare da un lato ad apprezzare gli aspetti positivi di una gestione più completa e consapevole della vita quotidiana e dall’altro ridurre l’enfasi spesso eccessiva che si assegna alle dimensioni più esterne relative al prestigio e al successo sociale».

In più, come ben sottolinea la professoressa Giovanna Leone, citando uno studioso ginevrino, Fabio Lorenzi-Cioldi, esistono due modi di affrontare questo cambiamento tra vecchie e nuove idee dei compiti “mascolini” e “femminili”. Le persone che godono delle condizioni sociali più favorevoli sono tendenzialmente “androgine”. Ciò vuole dire, ad esempio, che un uomo può godersi senza problemi un pomeriggio a casa a giocare e ad accudire un figlio piccolo, magari perché attende il ritorno della sua compagna. Se invece esistono condizioni di svantaggio sociale o economico questa  stessa situazione può essere vissuta come una violazione di un ruolo sociale atteso, che risulta ansiogena perché la persona si sente molto più vulnerabile ed esposta alla critica sociale.

Il primo ostacolo, e il maggiore, che incontrano gli uomini all’inizio dei corsi di home management, è quello di programmare i lavori, il classico “da dove comincio?”. Il training parte da qui, da una lavagnetta sulla quale scrivere la tabella di marcia. La gestione domestica diventa un allenamento per stimolare la propria capacità organizzativa e decisionale.
La divisione dei compiti rafforza inoltre il rapporto di coppia (se la donna capisce che ognuno fa le pulizie a modo proprio e non per questo sbaglia) e rinvigorisce il fisico.
Quindi in mano le scope perché i veri manager si vedono sul campo… domestico.

www.repubblica.it

 

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