Terapie e farmaci biologici, Cittadinanzattiva: ecco la testimonianza dei medici

Quanto pesano le esigenze economiche quando si tratta  di rispondere alle esigenze di salute dei pazienti? Quanto tempo hanno i medici per dedicarsi al paziente, spiegare la terapia, accertare che venga seguita e compresa? E come si comportano quando possono prescrivere i nuovi farmaci biologici o biosimilari? Per rispondere a queste domande, e analizzare la situazione dal punto di vista dei medici e non solo dei pazienti, Cittadinanzattiva ha condotto un’indagine fra i camici bianchi sull’aderenza alle terapia, su relazione e tempo di cura, con un focus sui farmaci biologici e biosimilari.

Il risultato è  l’“Indagine civica sull’esperienza dei medici in tema di aderenza alle terapie, con focus su farmaci biologici e biosimilari”, presentata oggi a Roma e realizzata da Cittadinanzattiva-Tribunale per i diritti del malato con il sostegno non condizionato di Assobiotec. “La ricerca e l’innovazione in ambito farmaceutico hanno fatto, negli ultimi anni, passi da gigante producendo farmaci in grado di offrire speranze nuove per una migliore qualità di vita per le persone e nuove opportunità di cure – si legge nello studio – Tuttavia, l’esigenza di soddisfare i bisogni di salute, offrendo ai pazienti standard sempre più alti in termini di qualità, sicurezza ed efficacia fa i conti con ridotte risorse economiche che impongono scelte di contenimento della spesa sanitaria pubblica in generale e dell’assistenza farmaceutica. In questo scenario di “sfida” per il Servizio Sanitario Nazionale, si inseriscono i cosiddetti farmaci biologici e biosimilari”.

Quali i risultati dell’indagine? In generale quasi un medico su tre (29%) ritiene di non aver sufficiente tempo da dedicare ai pazienti per assicurare l’aderenza alle terapie; solo poco più della metà si accerta con domande che il paziente abbia compreso le indicazioni sulla terapia e il percorso di cura e le sue eventuali difficoltà economiche; più di un medico su tre si dichiara oberato da carico della burocrazia. Per un terzo invece non è prioritario informare su alternative terapeutiche o sull’esistenza di farmaci equivalenti o biosimilari.

Nella prescrizione di farmaci biologici e biosimilari incide la terapia ma incidono anche ragioni amministrative, che rimandano alla sostenibilità economica o all’esistenza di limiti di budget. Fra i prescrittori di farmaci biologici e biosimilari, chi decide di cambiare la terapia al paziente lo fa, in un terzo dei casi, in libertà e autonomia e per rispondere meglio alle esigenze di cura e di successo delle terapie per il paziente. La ricerca evidenzia però che quasi uno su cinque (19%) dichiara di aver cambiato la terapia per rispondere ad esigenze di carattere amministrativo, principalmente per contribuire alla sostenibilità economica del SSN (39%), per rispettare limiti o obiettivi di budget fissati dalla Azienda ospedaliera o Asl (35%), ma solo l’8% dei professionisti è al corrente dell’esistenza di delibere della Regione o Asl che prevedono come saranno riutilizzati i risparmi derivati dalla prescrizione di farmaci a minor costo.

“La tutela della salute delle persone, l’accesso alle cure più appropriate rispetto alle esigenze cliniche, alle condizioni socio-economiche e al progetto di vita del paziente non devono essere sacrificate per arrivare al pareggio di Bilancio: lo dice anche la recente sentenza della Corte Costituzionale 275/2016 che afferma che è la garanzia dei diritti incomprimibili ad incidere sul bilancio, e non l’equilibrio di questo a condizionarne la doverosa erogazione – sostiene Tonino Aceti, Coordinatore nazionale del Tribunale per i diritti del malato e responsabile del Coordinamento nazionale delle Associazioni dei Malati Cronici, Cittadinanzattiva – E invece l’indagine mostra che purtroppo in alcune occasioni ciò non accade. E’ necessario armonizzare ogni atto amministrativo o normativo nazionale, regionale e aziendale con due aspetti irrinunciabili: il rispetto dei principi che sono alla base della professione medica e quindi il codice deontologico, e quello dei diritti dei cittadini così come sancito dalla Carta Europea dei diritti del malato. Su questi aspetti vogliamo lavorare anche insieme agli Ordini dei medici”. Il tempo dell’ascolto e della comunicazione col paziente dovrebbero dunque rientrare nel tempo della cura della persona. Prosegue poi Aceti: “Visto che siamo in attesa della pubblicazione del nuovo position paper di AIFA sui farmaci biologici e biosimilari, ci aspettiamo che preveda adeguata informazione e condivisione delle scelte con il paziente e gli riconosca un ruolo attivo nel percorso di cura; assicuri trasparenza e accesso a dati ed evidenze cliniche; garantisca continuità terapeutica e attenzione alla qualità della vita” .

L’indagine è stata condotta su un campione rappresentativo di 816 medici di cui 404 abilitati  alla prescrizione di farmaci biologici e biosimilari. In generale, il fattore tempo dedicato al paziente influisce molto sull’aderenza alle terapia: il 71% dei professionisti lo ritiene sufficiente/adeguato, pochi si attengono a rigide disposizioni (7%), mentre più della metà lo modula in base alle esigenze e bisogni della persona (62%) e dedicando più tempo alle prime visite/cambi terapie (17%). Dall’altro, esiste un buon numero di medici (29%), quasi uno su tre, che invece lo ritiene insufficiente/inadeguato e riscontra difficoltà per carenze di personale e organizzative. La comunicazione e l’informazione col paziente sono l’altro campo fondamentale. E qui, solo poco più di 1 medico su 2 si accerta con domande che il paziente abbia compreso tutto (55%), lascia suggerimenti scritti oltre alla prescrizione (54%), consente che un familiare partecipi alla visita (57%). Circa un medico su due lascia il numero mobile personale (48%) o di servizio (37%), privilegiando ancora i “formali” canali di comunicazione, quali numero dell’ambulatorio (85%) o dello studio (59%). Lo strumento delle email è molto utilizzato (78%), whatsapp  nel 35%. Il paziente viene informato sugli aspetti importanti della terapia, su  modalità e tempi di somministrazione, eventuali effetti collaterali, efficacia del farmaco,  mentre sono ritenute meno prioritarie le informazioni sul regime alimentare e corretto stile di vita, sulle alternative terapeutiche, sull’esistenza di farmaci equivalenti o biosimilari.

L’80% dei medici intervistati ritiene “molto importante” sapere se il paziente sta già assumendo farmaci e se il paziente ha difficoltà a seguire le terapie perché troppo complesse (60%). Tuttavia meno rilevanti risultano le informazioni su preferenze del paziente su modalità di somministrazione (50%), inoltre solo di 1 medico su 2 presta attenzione alle difficoltà economiche del cittadino (49%). Abitudini e stili di vita (44%), attività lavorativa (39%), frequenza di spostamenti o viaggi (23%) sono aspetti ancora poco considerati, che invece se tenuti in buon conto aiuterebbero a orientare la scelta prescrittiva verso la terapia che consentirebbe di mantenere al paziente, laddove possibile, una soddisfacente qualità di vita. Il coinvolgimento del paziente nella scelta terapeutica è considera una buona prassi per “favorire l’aderenza alle terapie e migliorare gli esiti” (72%) e per “consolidare la relazione di fiducia” (66%). Tuttavia il medico lo considera un buon esercizio, ma è lui che decide la terapia (il 70% è “molto” e “abbastanza d’accordo”).

Il focus sui farmaci biologici e biosimilari evidenzia che, di fronte a un paziente che deve assumere per la prima volta una terapia con biologico o biosimilare, quando disponibile sul mercato, il 28% dei professionisti dichiara di prescrivere il farmaco biosimilare nel rispetto di indicazioni regionali; il 24% opta per il biosimilare; il 20% prescrive il medicinale, indifferentemente biologico o biosimilare, che si è aggiudicato la gara d’acquisto o a minor costo. Mentre il 27% orienta la scelta sul farmaco biologico originatore, dato questo non trascurabile.

Nella scelta di cambiare o sostituire una terapia in corso, la ricerca evidenzia il peso non indifferente di ragioni di carattere amministrativo ed economico. I medici prescrittori hanno  infatti dichiarato di avere operato la scelta di cambiare/sostituire una terapia già in corso, in libertà e autonomia (31%) e per rispondere meglio alle esigenze di cura e di successo delle terapie per il paziente (29%). Esiste però anche un 19% (quasi un medico su cinque) che dichiara di aver cambiato/sostituito la terapia in essere per rispondere a indicazioni ed esigenze di carattere amministrativo: le ragioni diverse da quelle cliniche riguardano la sostenibilità economica del Servizio Sanitario Nazionale e il rispetto di limiti di budget dell’ospedale o della Asl. C’è pure un 29% dei medici che dichiara di cambiare per indisponibilità del farmaco nella struttura. Ed esiste un 28% di professionisti che riferisce di non riscontrare limitazioni e di cambiare una terapia, sostituendo un farmaco biologico con un biosimilare, perché altrettanto efficace e sicuro e quindi intercambiabile.

Quale continuità terapeutica nell’uso dei farmaci biologici e biosimilari? La continuità terapeutica, spiega Cittadinanzattiva, investe da un lato il diritto del paziente a proseguire la terapia già impostata con la quale ha eventualmente trovato un equilibrio, dall’altro la libertà di scelta del medico di non modificare o sostituire la terapia in atto se valuta che “funziona” e il paziente risponde bene alla cura. Risultato dell’indagine: il 69% dei medici dichiara, negli ultimi due anni, di aver garantito la continuità terapeutica “sempre” o “di frequente”, a fronte di un 14% che riferisce di non averla garantita “mai” o “quasi mai”; esiste anche una percentuale non trascurabile di casi in cui qualche volta la continuità terapeutica non è stata assicurata (17%).

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